For when nobody can say what it is yet.
Ciao, sono Yuki Iwanaga, e Creasty è il mio studio di design e ingegneria.
Se qualcuno ti ha detto di parlare con me, probabilmente ti trovi in una di queste situazioni.
La cornice che nessuno ha scelto
Le specifiche sono dettagliate, ma la parte difficile resta indefinita. Un solo requisito copre due casi che andrebbero trattati in modo diverso. Oppure ogni soluzione proposta risponde a una domanda che tutti hanno dato per scontata.
Sembra sbagliato ma regge, o sembra giusto ma non regge
Un istinto non cede, e nessuno sa ancora dire su cosa si fondi, o dove potrebbe sbagliare. Il guaio è che dall’interno la preferenza sembra identica all’istinto, e dall’esterno gli indizi sono ancora meno.
Le stesse parole, non la stessa immagine
Tutti escono dalla riunione d’accordo, ma ognuno ha in mente un’immagine diversa di cosa costruire, e nessuno se ne accorge finché non viene costruito. Le stesse parole nascondono presupposti diversi, tra persone nello stesso momento o in una stessa persona nel tempo. Niente di tutto questo costa meno quando costruire costa meno.
Sono queste le situazioni di cui mi faccio carico, in qualunque veste ciascuna richieda.
Nel lavoro, i momenti che mi piacciono di più sono quelli in cui qualcosa che non sapevo allarga lo sguardo, o da cui esco con un modo di vedere che prima non avevo. Quello che la logica può dimostrare, una logica migliore può ribaltarlo, e soprattutto è noioso. Le tre situazioni descritte sopra sono l’opposto: un problema si rivela una cornice da cui puoi uscire; qualcosa cambia lo standard con cui lo giudicavi; una struttura compare in un altro campo sotto un altro nome. Preferisco restarci dentro.
La maggior parte del mio lavoro è stata zero-to-one: prime versioni e rifacimenti sostanziali.
Nel 2026 mi sono messo in proprio, per lavorare in più ambiti.
- Henry2019–
- Primo dipendente di un’azienda che costruisce la cartella clinica elettronica e la fatturazione sanitaria come un unico sistema: il primo nuovo tentativo in Giappone da vent’anni. Gran parte della difficoltà sta tra le due, e nel lavoro di tutti i giorni in ospedale. All’inizio ho definito il concept del prodotto, disegnato la UI/UX e il design system, e progettato e sviluppato il software. Più di recente mi sono fatto carico di ridisegnare attorno all’IA il modo in cui l’azienda stessa lavora e si organizza: decidere cosa resta umano, poi sviluppare i principi, una base di conoscenza condivisa e gli strumenti che potenziano le persone anziché sostituirle. Al centro c’è il team di onboarding, che guida gli ospedali sia nell’adottare il prodotto sia nel trasformare la loro operatività quotidiana.
- Wantedly2015–2020
- Engineering lead, poi product management. Ho lanciato un’app di messaggistica per il lavoro (Chat, ora dismessa) e un’app di networking (People) costruita sui profili social di Wantedly, con al centro la scansione dei biglietti da visita. Ho scritto quasi da solo il backend e il frontend di Chat, e il backend di People fino al lancio. In seguito ho implementato su iOS gli annunci video e infografici che hanno monetizzato People. Ho ricostruito il profilo social e preso in mano un redesign dell’app iOS già in ritardo e con il perimetro ancora in crescita, fino a rilasciarlo. Ho guidato il team di prodotto che ha portato un servizio di recruiting in altri tre paesi, lavorando in inglese con colleghi di dieci nazionalità.
- In precedenza–2014
- Sviluppo frontend sulle due linee di prodotto di FICC e sviluppo backend per un servizio di consegna di cibo on demand.
Ho anche lavorato in parallelo per alcune altre aziende.
Su di me
La tipografia mi ha conquistato presto, prima che sapessi dire perché. Mio padre fa lo sviluppatore software, così in casa i computer c’erano da sempre. Ero attratto dai meccanismi delle cose che si muovono. A dodici anni, nel pieno dell’era Flash, ho cominciato a programmare per il web, catturato da quello che l’espressione interattiva poteva fare.
Interessi personali
Fuori dal lavoro cerco quello che allarga lo sguardo, il più delle volte in qualcosa creato con uno standard abbastanza alto da alzare il mio.
Le lingue mostrano dove passano i confini. Impararne una nuova è una ricostruzione concettuale: lo stesso mondo, smontato e rimontato in un altro modo.
Cantare è qualcosa che mi piace. Imparare a mettere un’emozione nella voce cambia anche quello che riesco a sentire in quella degli altri.
Il cinema e le serie TV uniscono scrittura, design e recitazione fino a far sembrare reale un mondo immaginato. Costruire un prodotto non ne è lontano: un mondo digitale, il mondo reale in cui viene usato e il ponte tra i due.
Gli abiti e l’arredamento sono l’artigianato a portata di mano ogni giorno, e un’ossessione che non ho mai cercato di curare. Essere un introverso, felice soprattutto in casa, non fa che alimentarla.
I musei mi insegnano a cosa guardare: la storia di quanto sia stato difficile vedere quello che si ha davanti, i tempi da cui è nata ogni opera e la bellezza che è sopravvissuta a quei tempi.
La fotografia è nata come un modo per disimparare: anni passati a inseguire la bellezza attraverso la lente del progettare cose avevano ristretto, senza che me ne accorgessi, quello che mi concedevo di vedere. La macchina fotografica mi ha mostrato quante cose non vedevo, per lo più in momenti ordinari che non aveva creato nessuno.